Proroga dello stato di demenza

Non c’è emergenza sanitaria. Si dimostri il contrario.

Si distruggono le basi della democrazia concedendo poteri speciali al Governo e soprattutto ad un Presidente del Consiglio la cui identità politica e valoriale resta un mistero.

Ciò nonostante lo stato di emergenza sino al 15 ottobre a quanto pare è già una certezza.

Perché?

La risposta forse è scritta nella bozza del “PROTOCOLLO D’INTESA” elaborata dalla ministra Lucia Azzolina, insieme al suo ministero e ai sindacati per “garantire” l’avvio dell’anno scolastico.

Nel documento si legge:

“Il Ministero si impegna a promuovere, sostenere e monitorare l’attuazione delle prescrizioni contenute nel presente Protocollo, in tutte le istituzioni scolastiche del sistema nazionale d’istruzione, nel periodo di vigenza dello stato di emergenza per pandemia da COVID-19, a.s. 2020/2021.”

Chiaramente questo significa che lo stato di emergenza serve a:    

  • imporre al mondo scolastico misure coercitive come mascherine e distanziamento, pur essendo noti i potenziali rischi di danni per la salute, sia fisici sia psicologici, di tali misure;
     
  • imporre al personale scolastico e agli alunni, tamponi e test sierologici, pur essendo note le problematiche legate all’attendibilità diagnostica, è infatti ormai acclarato che potrebbero esservi una miriade di casi di positività con una carica virale molto bassa, non contagiosa e non patologica;
     
  • imporre procedure altamente lesive della dignità umana e invasive sotto il profilo diagnostico. Nel caso in cui qualsiasi individuo in ambito scolastico manifestasse un qualsiasi sintomo riconducibile a uno stato influenzale, tutti a scuola sarebbero chiamati a denunciare il sospetto malato di covid. Chi va denunciato, isolato, additato e messo all’angolo come il peggior untore? Chi dà un colpetto di tosse? Chi fa uno starnuto? Chi si soffia il naso? Chi ha fatto una puzzetta?
     
  • Impedire agli alunni di svolgere la ricreazione, di sgranchirsi le membra, di prendersi una boccata d’aria fresca, di intessere relazioni, di ridere, scherzare, scambiarsi figurine, parlare, ragionare insieme;
     
  • caldeggiare che venga istituito il medico scolastico, figura accantonata negli ormai lontani anni ’90… , con compiti di sorveglianza, informazione e prevenzione;
     
  • impedire alle famiglie di lavorare… eh si, se qualcuno malauguratamente si permette di tossire a scuola, anche se sano come un pesce, si rischia di entrare nel girone infernale del “contact tracing”, con le conseguenze che sappiamo… e che dire dei test a campione che verranno effettuati? Quanti positivi asintomatici si potranno stanare? Speriamo nessuno si ammali di paura!
     
  • acquistare tre milioni di banchi monoposto a rotelle che non assicurano il distanziamento fisico auspicato (sulla base di quali studi?) dal Comitato Tecnico-Scientifico ma sono funzionali a impedire il lavoro di gruppo e sono predisposti esclusivamente a una didattica digitale, in quanto la loro conformazione rende impossibile l’uso di quaderni, libri, dizionari;
     
  • l’elenco probabilmente non si esaurisce qui …

Se non ci fosse lo stato di emergenza come potrebbe il ministro Azzolina assicurare che il 14 settembre gli alunni potranno sedersi sulle abominevoli poltrone banco girevoli e scorrevoli?
E poi chissà forse bisogna acquistare pure i pannelli di plexiglass, il gel altamente disinfettante, le mascherine altamente protettive.

Non dimentichiamoci che “i poteri speciali” sono funzionali alle gare d’appalto: in stato di emergenza non si segue il normale e stringente iter amministrativo e burocratico previsto dal codice degli appalti.  Le deroghe concesse potranno favorire potenziali derive corruttive?

Tutto questo sta accadendo mentre i nostri bambini e ragazzi stanno trascorrendo un’estate serena, frequentandosi assiduamente, anzi, assembrandosi, per usare il gergo della propaganda.

Conviene, allora, farsi delle domande e cercare di produrre una riflessione che abbia un senso compiuto rispetto a quello che sta succedendo.

Le strutture scolastiche sono vecchie, fatiscenti e, in alcuni casi, pericolanti: in Italia si registra – in media – un crollo a settimana e solo il 3% delle strutture è in buono stato di manutenzione.
I dirigenti scolastici hanno budget così risicati che i genitori fanno cassa per comprare la carta igienica e parte del materiale didattico.
I docenti non sono formati sui nuovi mezzi, sulle tecniche migliori per renderli efficaci, sulla comunicazione specifica legata agli strumenti tecnologici, in alcuni casi, non sanno nemmeno usarli (l’età media del corpo insegnanti in Italia è di 51 anni).
Non tutti gli studenti hanno uguali possibilità di accesso ai mezzi informatici (tablet o pc) e alla rete, il che significherebbe, qualora si adottasse la didattica online e/o basata sull’uso di strumenti tecnologici – caratterizzati dalla veloce obsolescenza –, discriminare una fascia di popolazione scolastica.

A fronte di queste “piccolissime” lacune il ministro, che pare preoccuparsi solo dei commenti maschilisti al suo rossetto, propone un ingente investimento (ma questi soldi, poi, da dove sono arrivati così velocemente se per mettere a norma le scuole non c’erano?) che prevede l’acquisto di mascherine, plexiglass, disinfettanti (tutte cose che poi andranno nel bidone passata la fantomatica emergenza) e di banchi monoposto con rotelle e tavolino ribaltabile sui quali gli studenti dovranno necessariamente, per ragioni di spazio, adattarsi ad usare dispositivi elettronici.

Addio ai libri quindi, addio ai quaderni, addio ai “mi presti una penna”, addio alla scrittura a mano, addio – forse – alla scrittura in generale.
Non sarà necessario sapere come sono formate le parole – ci sarà il correttore; non sarà più necessaria la “bella calligrafia” – si potrà scegliere il font più adatto all’occorrenza; non sarà più necessario cooperare con il vicino di banco – che non ci sarà più – perché il web darà, ai futuri studenti, tutto quello di cui avranno bisogno.

La ricreazione sarà inutile, mangiare fa ingrassare e le foto su Instagram poi rischiano di non ricevere abbastanza approvazione, allora meglio passarla a farsi un selfie o magari a postare su Facebook la foto del cane o di un posto in cui – in realtà – non si è mai stati, che sono cose che attirano sempre tanti like e followers.
Magari, durante la lezione, si potrà rimanere aggiornati sui rumors del momento seguendo i tweet dei nostri influencer preferiti…che già il bisogno di essere influenzati da qualcuno la dice lunga sul discernimento.
Magari si potrà ordinare – durante la lezione – quella bibita proprio rinfrescante di cui il frigorifero ha appena rilevato la mancanza, notificandola immediatamente tramite la App.
Oppure potrebbe anche venirci in mente che, per l’aperi-call, vogliamo mettere proprio quella maglia che è in lavatrice, allora – sempre tramite App – potremo farla partire e pregustare i selfie e i futuri post.
Magari si potrà anche accendere l’aria condizionata o il riscaldamento – a seconda della stagione – proprio durante l’ultima ora di lezione così, al rientro a casa, la stanza non sarà troppo calda o troppo fredda.

Una stanza dove, ovviamente, non si inviterà nessuno ma che, forse, sarà popolata di oggetti da fotografare e condividere sui social, così tutti gli amici potranno vedere l’ultimo acquisto fatto con Amazon Prime: la bambola gender free, con capelli intercambiabili, corti o lunghi, a seconda del mood della giornata. Oggi maschio, domani femmina.

Che importa l’identità? Si potrà essere tutto ciò che si vuole.

In questo modo i ragazzi si sentiranno sempre allineati e mai fuori posto. Saranno come delle scatole da riempire di condizionamenti, affinché sia cancellata ogni forma pensiero e resti solo l’involucro.

Saranno delle cose.

Ecco l’utilità dell’internet delle cose.

Nessuno la penserà diversamente da come si deve o, più probabilmente, nessuno penserà più.
Non ce ne sarà più bisogno, ci sarà consenso unanime, su tutto. 

La scuola venne concepita come mezzo fondamentale
per la gestione, la creazione e la manipolazione del consenso delle masse
” 
in uno dei capitoli più tristi del nostro passato.

Fonte