Pandemia, il grande inganno smontato dai numeri

Fanno notizia le avventure del grande Novak Djokovic, n.1 del tennis al mondo, che dopo aver espresso contrarietà al vaccino qualche tempo fa, ha dichiarato di essere risultato positivo al test del Covid (sia lui che la moglie, mentre i due figli sono risultati negativi).

Orrore! Vergogna! Tutti a recriminare: “Vedi che dovevi stare attento? Vedi che dovrai anche tu fare il vaccino? Vedi che ti dovrai rimangiare quello che hai detto?

Sottinteso (anche se non detto): il seguente sillogismo:

  • positivo al test (e sappiamo quale affidabilità abbia questo test)
  • -> quindi presenza del virus (che, detto più volte ma vale la pena ripetere: è solo una teoria, mai provata scientificamente)
  • -> quindi malato (chiaramente falso, come dimostrano le stupende condizioni di salute di tanti che risultano positivi al test).

Ma come? Dopo 3 mesi di quarantena (che, lo dice il nome stesso, dovrebbe durare molto meno, appunto 40 giorni), ci ritroviamo positivi? E da dove se lo sarebbero preso, se sono stati isolati e chiusi in casa? E poi, quale sarebbe la pericolosità di questo presunto virus se non soltanto non dà alcun sintomo (stanno benissimo), ma non hanno neanche contagiato i loro figli coi quali sono stati a strettissimo contatto negli ultimi 3 mesi? Ma non era un virus cattivo ed aggressivo, che si diffondeva alla velocità della luce?

La risposta la conoscete (almeno chi legge queste pagine): tutta questa storia della pandemìa è un gigantesco abbaglio, nel migliore dei casi, o una tremenda macchinazione, nel peggiore. E, indipendentemente dalla malafede o meno, gli elementi fondamentali per questa messa in scena sono stati essenzialmente:

  1. Una concezione errata della malattia, e del ruolo di presunti elementi patogeni, come funghi, microbi, batteri e virus;
  2. una grancassa mediatica senza precedenti, che ha coinvolto tutti i mezzi di comunicazione mainstream (TV, radio e giornali) ma, per la prima volta, anche i principali social internet (ormai non se ne può più: qualunque sito aprite, anche un innocente Maps, la prima cosa che vi compare è un messaggio di allarme ed attenzione per questo pericolosissimo Covid);
  3. L’utilizzo sconsiderato di un test, il PCR, con una altissima percentuale di errore, oltre che di impostazione concettualmente sbagliata, se lo stesso suo inventore, quel Kary Mullis che grazie a questa scoperta vinse il Nobel, diceva che NON andava utilizzato per scopi diagnostici;
  4. un uso sconsiderato (per non dire criminale) della statistica e dei numeri.

In merito a questo ultimo punto credo valga la pena soffermarci un pochino. Eh sì perchè se c’è una cosa che, a detta di tutti, è

  • scientifica e non opinabile,
  • oggettiva e non soggettiva,
  • quantitativa e non qualitativa

sono proprio i numeri.

Quindi, all’apparenza, i numeri sono numeri, e non c’è spazio per l’interpretazione.

Apparentemente.

Se non fosse che anche qui, anzi, soprattutto qui, c‘è il più ampio spazio di manovra per i creatori dell’illusione, dell’ipnotismo collettivo. Basta concentrare l’attenzione

  • su una certa zona geografica,
  • su un certo tipo di malati,
  • su una certa fascia di età,
  • su un certo periodo temporale,
  • aumentando il numero di tamponi,
  • terrorizzando i ricoverati;
  • facendo rientrare nelle statistiche tutte le morti,

e il gioco è fatto. Si possono creare artificalmente incrementi impressionanti di mortalità.

Salvo poi scoprire, andando ad allargare il quadro, che sul totale delle morti, da un anno all’altro, non c’è alcuna differenza: anzi, addirittura meno.

  • Perchè magari sono morti solo qualche mese prima di quello che sarebbe avvenuto normalmente.
  • Perchè magari sono stati curati male (e non sono state permesse le autopsie che avrebbero permesso di capire prima le cause di morte).
  • Perchè magari sono state attribuite al Covid tutte le morti, comprese quelle di altre patologie (che nel frattempo erano guarda caso scomparse).
  • Perchè magari vecchietti già malati sono stati intubati per nulla, dandogli il colpo finale dopo averli terrorizzati e separati dai loro cari.

Anzichè ripetermi, penso la cosa migliore sia riprendere questo ottimo articolo che copio e incollo: ” https://www.attivismo.info/i-numeri-veri-antidoto-alla-paura/ 

I numeri, vero antidoto alla paura

di Giovanni Lazzaretti

I numeri vanno trattati bene: ti dicono tante cose, se vengono trattati bene.

Per “trattati bene” indico la volontà di usarli per far comprendere meglio la realtà al popolo. In TV appaiono spesso personaggi che li usano, speriamo in buona fede, per confondere le idee al popolo.

Prendiamo un classico: il rapporto debito/PIL. Quando uno parla del rapporto debito/PIL non ti sta fornendo dei numeri: ti sta fornendo dei numeri + una ideologia, l’ideologia che indica quel rapporto come se fosse un dato significativo.

Fornitemi il debito, fornitemi il PIL, e il rapporto debito/PIL riesco a calcolarmelo da solo: semmai potrebbero interessarmi altri dati, come il rapporto tra debito e risparmio degli italiani, o tra debito e disoccupazione.

I valori numerici assoluti sono essenziali: se non vengono esposti, c’è mascheramento e ideologia.

Ma, una volta ottenuti i valori numerici, ho la necessità di metterli in relazione con qualcosa, se voglio capire.

***

Nessuno vuole minimizzare lo tsunami che si è abbattuto sugli ospedali lombardi e su gran parte del nord, per il covid. Ma adesso lo tsunami è passato, i reparti si svuotano, alcune tabelle sono disponibili, altre se ne possono creare: al panico dovrebbe sostituirsi la calma della conoscenza. 

Il totale dei morti

Partiamo dal totale dei morti: 32.448 coi dati fino al 12 giugno. Sono tanti o sono pochi? Innanzitutto ricordiamo che sono numeri da vagliare da parte dell’Istituto Superiore di Sanità.

Non so cosa arriverà a vagliare realmente l’ISS. Per ora leggo solo il numero di patologie nei deceduti: 3,3 (4,1% dei morti privi di patologie, 14,8% con 1 patologia e l’81,1% con 2 o più patologie). Finché non mi diranno esplicitamente che è un campione significativo di tutti i morti, posso solo affermare che quelle percentuali riguardano i 3.335 deceduti “per i quali è stato possibile analizzare le cartelle cliniche”.

Il numero 32.448 comunque possiamo affermare che è modesto. Rispetto a cosa? Rispetto al numero totale dei morti in Italia in un anno. Negli ultimi 10 anni lo scostamento tra il massimo di morti (649.061) e il minimo di morti (587.488) è stato di 61.573: quindi 32.448 morti, se uno non sapesse che nel 2020 c’è stato il covid, potrebbero addirittura perdersi nelle normali oscillazioni statistiche. Ci si accorgerebbe dell’anomalia solo analizzando i morti di Bergamo, di Brescia, e di altre città colpite dallo tsunami.

Nel 2019 ci sono stati 647.000 morti circa, 1.772 al giorno. I morti covid del 27 marzo spaventano (969, il 54% della media giornaliera) e descrivono lo tsunami, oggi stanno al 3% della media giornaliera e si perdono quindi nella media stessa. 

I morti per fascia d’età, problema geriatrico mal gestito

Il rito delle 18 di sera per sentire “quanti morti” è totalmente privo di significato, se non metto quei morti almeno in relazione con la loro fascia d’età. La fascia d’età è l’unico dato utilizzabile, perché l’altro dato importantissimo (il numero di patologie) è troppo incompleto.

L’ISS dà i numeri assoluti, e già da soli evidenziano che il covid è un problema di noi pensionati: l’impennata di morti dalla mia età in avanti è paurosa.

Ma è ancora poco paurosa, perché, come dicevo, i numeri assoluti non bastano. A cosa devo rapportare i morti per fascia d’età? Quanto meno al numero di persone viventi in quella fascia d’età.

Confrontiamo la fascia d’età 0-69 con quella da 70 in poi.

  • 0-69 anni = 96 morti covid per milione di abitanti.
  • 70 in avanti = 2.685 morti covid per milione di abitanti, 28 volte tanto.
  • Spostiamoci indietro di una fascia, confrontiamo l’intervallo 0-59 con quelli da 60 in avanti
  • 0-59 = 35 morti covid per milione di abitanti.
  • 60 in avanti = 1.755 morti covid per milione di abitanti, 50 volte tanto.

Cosa c’è quindi di pauroso in questa analisi? E’ pauroso il salto “geriatrico” del covid.

Perché dimostra che il covid non è una pandemia, ma un problema geriatrico mal gestito.

Ma fa davvero paura?

Adesso bisogna che mi concentri sulla mia fascia, 60-69 anni, precisando che sono un maschio. La differenza di morte tra le femmine (24%) e i maschi (76%) non può essere trascurata.

I maschi morti di covid nella mia fascia sono 2.532, ossia 721 ogni milione di abitanti maschi da 60 a 69 anni.

Tanto o poco? Quale è il punto di riferimento? Il riferimento sono i morti “normali” della mia fascia d’età.

I maschi morti nella mia fascia sono stati (ultimi dati ISTAT, 2018) 35.847, ossia 10.210 per milione.

Ecco che il covid non fa più paura. Ogni 100 persone della mia fascia d’età 1,02 muoiono comunque nell’anno; se ci aggiungo il covid, fanno 1,09 morti. Non posso rovinarmi la vita per quello 0,07% di rischio extra.

E la signora ultraottantenne può avere il terrore per le 2.696 femmine per milione morte da covid? Può terrorizzarsi se dimentica che nel 2018 ne sono morte 59.930 per milione nella fascia 80-89, senza il covid.

Può terrorizzarla il morire sola, questo sì. Ma si riconferma quindi che il covid è stata una questione geriatrica mal gestita, anche dal punto di vista relazionale, non è stata una pandemia. 

Perché insisto sui numeri

Perché insisto sui numeri? Perché, quando gli ospedali si svuotano e si dispone di tabelle, il rapporto costi/benefici deve essere tirato in ballo.

Prendete ad esempio l’apparato sanitario-burocratico che sto vivendo per il centro estivo della locale scuola materna: un protocollo di carte, vincoli, limitazioni, sanificazioni che sconcerta.

Posto che i genitori stanno fuori dalla scuola, all’interno abbiamo 50 bambini in età 3-6 (fascia 0-9, morti covid per milione = 1) e 14 dipendenti femmine in fascia d’età 20-59 (morte covid per milione = 23).

La vita normale pre-covid dava 331 morti per milione nell’età 0-9. E dava 1.045 femmine morte per milione nella fascia 20-59.

La sentenza è quindi: il covid dovrebbe essere l’ultimo dei nostri pensieri. Basta chiedere al ragazzino travolto sulle strisce l’altro giorno: rischio covid 10-19 anni = zero, ma è morto di altro.

Il costo imposto per difendere la comunità scolastica dal nulla è impressionante, e serve solo a mantenere lo stato di paura.

Non posso investire cifre paurose sul nulla. Una volta insegnato ai genitori a non portare a scuola bimbi mezzi ammalati, una volta insegnato ai bambini a lavarsi spesso e bene le mani, una volta messo un impegno extra ordinario per la pulizia degli ambienti, è necessario dire: «basta, concentriamoci su altro».

Per ogni cosa «non ci sono i soldi». Adesso, per il nulla, ne spendiamo una caterva.

«E se poi capita qualcosa proprio nella tua scuola?» E’ una statistica: solo un matto potrebbe affermare drasticamente che al centro estivo della nostra scuola materna non accadrà nulla. Ma se il tuo coraggio non riesce a vincere percentuali di rischio di questo genere infimo, allora significa che hai scelto di non vivere: la paura sarà tua compagna per sempre.

Poi un autista folle ti travolge il figlio sulle strisce e tragicamente ti ricordi come funziona la vita. Nessuna mascherina, nessuna sanificazione, può prevenire gli incidenti.

La riapertura dell’anno scolastico 2020-2021 sarà guidata dalla paura? Dio ce ne scampi.

Notiziole sparse

Venturi

A tre settimane dal suo addio all’incarico l’ex commissario ad acta Sergio Venturi riflette più ad ampio raggio sulle misure adottate in Italia per contenere i contagi. In una diretta Facebook organizzata dai Giovani democratici ha detto: “Se dovessi rifare un lockdown domani, non lo rifarei come l’abbiamo fatto. Non si può chiudere un intero paese quando non ce n’è alcun bisogno”.

 Brusaferro

«Laddove le superficie sono mantenute pulite il virus è facilmente inattivabile, ma dobbiamo stare attenti a non esagerare. Le disinfezioni possono provocare effetti indesiderati se usate in modo estensivo e intensivo. Perché un eccesso di disinfettanti arriva negli scarichi ed entra in un ciclo». Così il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss) Silvio Brusaferro, durante l’audizione in Commissione di inchiesta sul ciclo dei rifiuti.

 Clementi

Il professor Massimo Clementi, ordinario di Microbiologia e Virologia all’università San Raffaele di Milano, difende il collega Alberto Zangrillo, direttore della terapia intensiva dello stesso San Raffaele, che qualche giorno fa ha parlato di “Coronavirus clinicamente scomparso” in Italia. L’affermazione di Zangrillo si basa proprio su uno studio di Clementi: “Ci sono i dati, i numeri, è tutto scritto, tutto dimostrato – spiega Clementi in risposta alle polemiche nate per le convinzioni nette di Zangrillo – chi vuole metterlo in discussione deve sobbarcarsi l’onere di trovare un errore nel mio lavoro. E non lo troverà”.

“Ho preso cento pazienti della prima fase di epidemia e li ho paragonati a cento pazienti della seconda fase – spiega il professor Clementi – erano cento contagiati della prima metà marzo e cento della seconda di maggio: casi di cui fra l’altro sapevo tutto, perché conoscevo la loro storia clinica. Dopo aver costituito questi due insiemi di campioni omogenei li ho confrontanti”. Così ha verificato la minore virulenza del Coronavirus: “Se in un tampone del primo gruppo si rileva un indice di 70mila, nel secondo si aggirava intorno a 700. Una differenza stratosferica”. “Da inizio maggio nei nostri reparti non arrivavano più malati con sintomi gravi – dice ancora Clementi – il virus per sopravvivere non deve uccidere il suo ospite. Il cambiamento per ora è nell’intensità, ma non è ancora avvenuto sul piano genetico. Il virus tuttavia diminuisce la carica virale per adattarsi all’ospite”.

da Ingannati.it