Elogio della medicina

di Livio Cadé

Premessa

Ancora una volta, in questi tempi così difficili, vediamo la medicina ergersi come baluardo invalicabile tra l’umanità e i suoi nemici. Ieri poteva essere un batterio, oggi un virus, domani forse dei funghi impazziti. Saremmo perennemente sconvolti da terribili flagelli se la scienza medica non ci offrisse uno scudo e un riparo sicuro.  Tuttavia, l’uomo ‘medio’ trangugia farmaci come noccioline, senza provare un sentimento di gratitudine, senza sapere quale strenuo lavoro, quanta ricerca, analisi, sperimentazione, si nascondano dietro quella compressa o quella pastiglia. Non pensa al suo debito verso tutti quegli spiriti ingegnosi e tenaci che hanno dedicato se stessi, come missionari, a lenire le sofferenze umane. Se tutti noi oggi viviamo più a lungo, più sani e più felici, lo dobbiamo a loro. A questa continua ricerca in cui si uniscono il genio e la passione di tanti uomini e donne instancabili. La vicenda che intendo ricordare, una delle tante, è in tal senso emblematica e vuol essere un omaggio a tutti coloro che lavorano per il progresso della medicina.

Una strana morte

Molti anni fa i giornali diedero la notizia che il professor Spallacotta, noto dermatologo romano, era stato trovato riverso sullo zerbino, all’ingresso della sua casa in via Rovelli, in una pozza di sangue. Il medico che ne notificò il decesso ritenne che il drastico abbassamento del livello ematico nel corpo fosse più che sufficiente a spiegare il fatto. Era infatti già noto che la vita dipende dalla presenza di una sufficiente quantità di sangue nell’organismo. La morte del medico venne quindi archiviata come un fatto naturale, dovuto a un’improvvisa e abbondante emorragia. Nessuno immaginava certo di trovarsi di fronte a una storica scoperta scientifica.

Interessanti indizi

Il caso volle che l’autopsia venisse affidata a un giovane medico legale, il dottor Rognoni, il quale compensava la poca esperienza con una mente perspicace. Egli rivolse l’attenzione alla presenza di un foro all’altezza del torace. Quale poteva esserne la causa? Si decise quindi di procedere a ulteriori approfondimenti. Fu così che nel cuore del professore fu trovato un oggetto di piombo, le cui dimensioni corrispondevano stranamente al foro rilevato esternamente. Alcuni ipotizzarono che quel reperto metallico fosse penetrato nel cuore del professore e ne avesse provocato la perdita di sangue che l’aveva ucciso. Ma questo era impensabile e avrebbe richiesto una radicale revisione delle nozioni di fisiologia comunemente accettate. Infatti, non si riteneva che il piombo potesse provocare fenomeni di tal genere. Questa teoria era convalidata da numerosi esperimenti in cui ai topi venivano somministrate piccole sfere di piombo senza ottenere gli effetti sperati. Ma ormai qualcosa si era incrinato nelle certezze del mondo accademico e, sulla spinta di quella ipotesi, le domande si accavallavano.

Nuove teorie

Bisogna ricordare anche la teoria del Von Tripp, eminente psichiatra svizzero, secondo cui quel grumo di piombo rappresentava una somatizzazione, cioè una sedimentazione di emozioni represse che sarebbero esplose in seguito a un trauma emotivo e alla reiterata condizione di stress. Tuttavia, topi sottoposti a forti stress ripetuti non sembravano sviluppare piombo nel sangue. Il celebre professor Wesson, ricercatore di fama internazionale, condusse invece un lungo studio sulla natura chimico-fisica di quella enigmatica formazione metallica. Questi studi lo portarono a definirne la morfologia come ‘pallottoliforme’. Il Wesson rese note le sue conclusioni in un lavoro fondamentale, “Patogenesi e necrosi dei tessuti colpiti da pallottolite emorragica”, in cui ipotizzava come origine del male un’eccessiva mineralizzazione del sangue. Restava però ancora inspiegato il foro presente nel torace della vittima. Nonostante le lacune teoriche del lavoro di Wesson, il termine da lui coniato – pallottolite – divenne rapidamente sinonimo di male misterioso e incurabile.

Effetti sociali

La sua pericolosità era oggetto di continui dibattiti sui media, creando un diffuso panico nella popolazione. La gente temeva per la propria vita e furono moltissimi quelli sottoposti a test per verificare la presenza di una pallottolite latente o asintomatica. Una grossa industria farmaceutica produsse un vaccino, il Pallovax, ma si scoprì che i topi cui era stato somministrato il farmaco erano morti. Anche i volontari umani non avevano avuto miglior fortuna. Perciò, anche se non fu mai dimostrata una sicura correlazione tra i decessi e il Pallovax, e nonostante lo Stato ne avesse già acquistate 60 milioni di dosi, si preferì in via precauzionale soprassedere e ritirarlo dal mercato. Per altro, come qualcuno acutamente notò, anche se la teoria dello Wesson sembrava eliminare i dubbi sul rapporto tra pallottola e decesso, non aveva chiarito in modo soddisfacente l’origine del fenomeno. Wesson infatti si era limitato a congetture eziologiche piuttosto vaghe, legate al clima, alle onde elettromagnetiche, all’alimentazione.

Svolta fondamentale

Una svolta fondamentale si verificò quando, nel vicolo di fronte alla casa della vittima, fu trovata una pistola. L’ispettore che aveva seguito il caso del dottor Spallacotta sospettò potesse esserci un nesso tra quell’arma e la morte del medico. Consegnò quindi l’arma agli organi di investigazione scientifica, che la esaminarono a lungo. Si poté così appurare che il proiettile trovato nel petto dello Spallacotta si adattava al diametro della canna. Questo suggerì l’ipotesi che esistesse un rapporto causale tra la pallottolite e l’uso di armi da fuoco. Successivi esperimenti condotti su animali confermarono questa teoria. I topi ai quali veniva sparato nel cuore morivano infatti di pallottolite emorragica in una percentuale compresa tra il 98% e il 100% dei casi. Era così risolto anche il mistero del foro osservato dal dottor Rognoni nell’esame autoptico. Tutti i topi infatti presentavano un analogo buco nella zona toracica. Il comitato tecnico scientifico, riunito dal governo per elaborare misure profilattiche contro quella micidiale patologia, non potè che prendere atto del grave pericolo sociale che essa comportava. Si ritenne quindi necessario rendere obbligatorio l’uso di giubbotti anti-proiettile per tutta la popolazione. Vennero previste pene gravissime per chiunque fosse stato trovato sprovvisto di quell’indispensabile dispositivo di protezione.

Ulteriori studi

Tuttavia, di lì a poco uscì uno studio della Miami University nel quale si palesavano i limiti delle ipotesi fino a quel momento più accreditate. In realtà, nessuno ancora aveva spiegato in maniera convincente quale fosse l’origine della pistola e cosa ne avesse azionato il meccanismo. Fu un volonteroso ricercatore francese, il professor Morand, che pazientemente raccolse alcuni elementi determinanti in tal senso. Basandosi su testimonianze dirette, stabilì che il giorno in cui lo Spallacotta era morto due vicini avevano visto fermarsi davanti a casa sua, provenendo da una via traversa, un taxi dal quale era uscito un uomo con un impermeabile e un cappello neri. Questo tizio aveva suonato il campanello del professore. Su questo i due testimoni concordavano, dopo di che i loro ricordi si facevano imprecisi. Uno avrebbe sentito un forte colpo, l’altro non ne era sicuro. Nonostante queste ombre, il caso si presentava ora sotto una luce totalmente diversa, e si apriva a ipotesi rivoluzionarie.

Una ridda di ipotesi e provvedimenti

Alcuni sostennero che non era possibile, se non in modo arbitrario, collegare il decesso ai nuovi elementi emersi dalla ricerca del Morand. Altri ipotizzarono invece che la vera causa della pallottolite emorragica fosse aprire la porta quando si sente suonare il campanello. Era una teoria logica e scientificamente inattaccabile, ma alcuni fecero notare che anche bussare alla porta poteva rappresentare un fattore di rischio. Inoltre, sulla base dei dati raccolti, anche aprire una finestra poteva dimostrarsi pericoloso. La commissione governativa, per sicurezza, proibì a chiunque di aprire porte e finestre se non in caso di estrema e comprovata necessità. Tuttavia, alcuni specialisti del settore, riesumando precedenti studi epidemiologici del Columbia Medical Center, notarono una singolare coincidenza tra morti sospette e impermeabili neri. Per un certo periodo fu quindi proibito anche indossare impermeabili neri o comunque scuri. Ma in seguito l’Organizzazione Mondiale della Sanità escluse un rapporto tra la pallottolite e il colore del tessuto. Infatti, nei topi vestiti con impermeabili neri non si riscontrò una mortalità significativamente superiore rispetto a quelli che indossavano impermeabili gialli o rossi o a quelli senza impermeabile. In via prudenziale si mantenne perciò il divieto di indossare impermeabili e cappelli di qualsiasi colore.

La salute prima di tutto

Inoltre, considerato il fatto che il taxi con a bordo il misterioso indiziato era giunto da una via traversa, alcune regioni decretarono che, per maggior prudenza, fossero bloccate tutte le vie traverse, il che provocò non pochi inconvenienti alla viabilità. Altri ricercatori sostenevano che sarebbe stato più prudente eliminare i taxi o le automobili in genere. Queste teorie, si osservò, non tenevano conto di autobus e motociclette come potenziali veicoli del male. L’onorevole Scarponi, allora ministro della sanità, nominò quindi una nuova commissione scientifica ad hoc per studiare lo spinoso problema. Dopo lunghe e complesse valutazioni, venne emanato un decreto che proibiva la vendita dei carburanti, misura che pareva eliminare alla radice quel complesso concorso di cause. Questa speranza venne frustrata però quando nuovi studi dimostrarono che l’agente patogeno poteva essere trasportato da altri vettori, come una bicicletta o un monopattino o anche semplicemente camminando. Dopo l’analisi di complessi parametri, si decise quindi di impedire ogni forma di mobilità. Ciò causò gravissime conseguenze socio-economiche, ma questo appariva del tutto trascurabile di fronte al dovere di proteggere la vita dei cittadini.

Una svolta sorprendente

Fortunatamente, sir James Carrington, celebre pallottologo inglese, non si accontentò delle scoperte del Morand e, attraverso lunghe e laboriose indagini, fece fare alla ricerca un passo decisivo. Egli riuscì infatti a identificare il misterioso personaggio sceso dal taxi, e che in realtà già altri ricercatori, inascoltati, avevano indicato come un possibile co-fattore patogeno. Questi, un certo Ribaldi, pregiudicato noto alla polizia, fu rintracciato dal Carrington mentre scontava l’ergastolo per esser stato trovato sprovvisto di giubbotto anti-proiettile. Il Ribaldi confessò di aver sparato al professore, fatto che del resto non aggravava la sua posizione, ma non fornì ulteriori elementi utili alla scienza. A Carrington questo parve comunque sufficiente per scorgere in un’azione umana la vera causa della pallottolite emorragica. Egli rese nota questa sconcertante conclusione in un saggio divenuto giustamente celebre: “Miti e realtà della pallottolite emorragica”, in cui le teorie scientifiche si intrecciavano con considerazioni etiche e psicologiche. La comunità scientifica rifiutò però quelle conclusioni ritenendole vaghe e infondate. Il Morand le definì ‘sofismi pseudoscientifici’. Lo stesso Wesson attaccò duramente la nuova teoria, accusando il Carrington di basarsi su pregiudizi irrazionali. Il Carrington, amareggiato dalle critiche e professionalmente emarginato, morì mentre ancora lavorava al problema.

La verità

Fu il suo assistente, il dottor Sparrow, a trovare l’ultimo tassello di questo vasto mosaico. Partendo dagli appunti lasciati dal Carrington, scoprì che una certa signora P. si recava periodicamente dal professor Spallacotta, sembra per guarire da un eczema. Sparrow dimostrò con prove irrefutabili che il marito, pensando che quelle visite fossero il pretesto per una tresca amorosa, aveva dato incarico al Ribaldi di uccidere l’illustre luminare. La scoperta aveva implicazioni di fondamentale importanza. Il mondo scientifico ne fu in un primo momento scosso e disorientato. Ma, nonostante la resistenza dei tradizionalisti, ancora legati a vecchi paradigmi, l’emergere di queste nuove evidenze scientifiche rese inevitabile all’interno del mondo accademico un ripensamento radicale. Alla fine, il modello oggi noto come “morbo di Sparrow” o “pallottolite esogena” fu unanimemente accettato. Si trattava ora di trovare efficaci misure di prevenzione. Tra le varie profilassi proposte, le più scientificamente valide sembravano queste: a) incarcerare preventivamente i mariti gelosi b) incarcerare preventivamente tutti i mariti c) vietare le visite mediche a donne sposate. Dopo una discussione lunga e non priva di contrasti, il Comitato ritenne che la seconda di queste misure fosse la più sicura. Tale opinione venne approvata e ratificata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e dai vari governi nazionali, ed è oggi universalmente applicata per contrastare la malattia di Sparrow o ‘morte sparata’, come vien detta nel gergo comune. Così, attraverso una lucida metodologia scientifica, la sua tenacia, il suo spirito critico e la sua instancabile volontà di conoscenza, si era arrivati a porre una nuova pietra miliare nella storia della medicina, a un risultato che, come sappiamo, ha poi permesso di salvare tante vite umane.