Dove ci porta l'Homo Covidicus

di Maurizio Blondet

“Homo Sovieticus” fu l’essere creato dal comunismo “reale”, dall’asfissiante e monocorde indottrinamento emanante da tutti i media e dalla repressione onnipresente con la paura di vedersi appioppare una “decina”, condanna a dieci anni al Gulag. Era l’operaio che rubacchiava il materiale della fabbrica, sapeva bene che l’abbondanza esaltata dalla propaganda non esisteva (faceva le code) ma “seguiva l’autorità dello Stato nella sua valutazione della realtà, adottava un atteggiamento di sfiducia e ansia nei confronti di qualsiasi cosa estranea e sconosciuta”, “incapace di pensare in modo critico; si aspetta – e pretende – che tutto gli venga fornito dallo Stato”, dava prova di “obbedienza o accettazione passiva di tutto ciò che il governo impone”, pur senza crederci del tutto “, bugiardo onesto, schizofrenico ideologico, sempre pronto a mutilazioni mentali costanti e volontarie” – il famoso bis-pensiero descritto da Orwell.

Vedete come ha fatto presto a nascere l’Homo Covidicus, il gemello sintetico del Sovieticus. Quella schiacciante maggioranza che indossa la mascherina non perché davvero la creda efficace contro il virus, ma come atto di lealtà e obbedienza verso il governo (molti portano la mascherina in odio a Salvini…). La maggioranza schiacciante che si fa polizia per l’ordine costituito più arbitrario e costrittivo, le donne che urlano sui tram e bus ad un colpevole: “Metta quella fottuta mascherina! Sul naso!” ; quella maggioranza che esercita i quindici minuti dell’odio contro i “no-vax”, i “negazionisti”, i “complottisti-terrapiattisti” senza nemmeno bisogno di essere convocata dal regime…Quelli che assistono alla distruzione economica e psicologica di loro stessi (via disoccupazione e miseria di massa) e della loro comunità economica – distruzione deliberata e mondiale – inveendo contro i “sovranisti” e negazionisti e rallegrandosi che “restiamo nell’euro” e abbiamo “i diritti LGBT”.

Nel regime staliniano, “lo stato assegnava uno status sociale, per cui gli individui adottavano volti, o maschere, che permettevano loro di rientrare nelle categorie sociali prescritte dal regime; molte “ persone lavorarono su di loro per diventare perfetti cittadini sovietici”, rivela l’immane opera di indagine sugli diari privati e gli archivi familiari dei cittadini dell’URSS, intrapreso dagli Annales francesi” “ Questi lavori hanno rivelato come gli individui interiorizzassero le norme e i valori del discorso ufficiale”.

Ricordiamo che l’homo sovieticus veniva in due versioni: quella dei dominati, che abbiamo sommariamente descritto, e quella dei dominanti. Così anche l’Homo Covidicus.

Che cos’era quella che spudoratamente a Mosca si auto-definiva “dittatura del proletariato”, infatti? Era – come la nostra oggi – una dittatura di “Ricchi di Stato”. Degli statali che s’erano impadroniti dello Stato e lo divoravano, mentre facevano strage dei cittadini nel GuLag, nell’Holodmor; che dallo Stato “prendevano”, senza “dare” (se non carestie, e proiettili alla nuca, quelli in abbondanza ilimitata, come i tamponi).

Erano quelli che – mentre il sovietico comune faceva le code quando arrivavano i calzini di filanca, lo zucchero, il latte – avevano accesso ai negozi riservati dove abbondavano caviale, storione, whisky scozzese, sigarette Lucky Strike e dischi pop occidentali il cui solo possesso in mano ad un dominato, scoperto dal Kgb, l’avrebbe proiettato nel GuLag per dieci anni.

Si chiamava Nomenklatura, nome che rivela il loro carattere buro-statale. Del tutto separati, anche mentalmente, dal popolo e dalle sofferenze che gli provocarono – con la loro amministrazione ideologica fecero collassare l’economia zarista, una delle più prospere della storia, in regime di code ossia di massima inefficienza (un economista gorbacioviano calcolò che nelle file si perdevano 65 miliardi di ore-uomo l’anno, era come se 35 milioni di russi “lavorassero” a fare la coda, contro 31 milioni impiegati nelle industrie). E in 70 anni di potere assoluto, questa Nomenklatura mai si pose nemmeno il problema di alleviare queste mostruosità umane, sociali ed economiche, di riorganizzare la distribuzione: gli andava bene così. Esenti da ogni compassione, ma anche da ogni razionalità.

Oggi la Nomenklatura di Gualtieri e Conte, sostenuta dai 5S e da tutti i ricchi di Stato (dalla Rai ai ministeri, dirigenze inadempienti, strapagati parassiti pubblici), sta facendo collassare l’economia del -10% (o più), provoca milioni di disoccupati, con la stessa spietata indifferenza: totalmente separata dal popolo, ignorante del funzionamento di una società complessa e dei danni permanenti che gli infligge con i suoi arbitri, favoleggia di acciaierie pulite che andranno ad idrogeno, e di economia verde e sostenibile che realizzerà con i 209 miliardi dell’Europa, che non arriveranno mai.

Sotto la Nomeklatura c’erano gli apparatchik; capi-fabbriche, scrittori ed attori, giornalisti del regime – che, anche se non acceso ai negozi del caviale, avevano la precedenza nell’assegnazione di auto (che i dominati dovevano aspettare anni), nell’assegnazione di appartamenti spaziosi e delle desideratissime vacanze a Soci.

La massa sovietica dominata non aveva casa ma una stanza in coabitazione, la cucina in comune con l’altra famiglia coabitante e pronta alla delazione per guadagnare credito verso il Partito e allargarsi quando l’una veniva arrestata. L’Homo Sovieticus Inferior si metteva docilmente in fila per la frutta fresca, l’arrivo delle salsicce e persino (nel 1929-34) del pane, come dopo per l’assegnazione di un’auto che sarebbe arrivata 3 anni in ritardo, sapendo che gli apparatchik  gli passavano davanti, e campava per tutta la vita del grigio triste pane sovietico, delle grigie inenarrabili salsicce, borsh e cetrioli in salamoia; e il solo colore della loro vita era il quartino di vodka, super tassato, che comprava con uno sconosciuto, con cui lo condivideva aspettando il tram nel gelo: scena che ho visto personalmente a Kiev.

Le masse dell’Homo Covidicus Inferior sono quelle che si mettono volontariamente in coda per farsi “fare il tampone”, lo lasciano fare i loro figli piccoli (anche se provoca lesioni) e si affolleranno docilmente a farsi inoculare il vaccino – qualunque vaccino, senza chiedersi cosa ci hanno messo dentro.

L’homo covidicus superior, apparatchik, comincia a fare la sua comparsa: nelle maestre kapò che ordinano il tampone allo scolaretto perché “ha starnutito”, che vietano il prestito di una penna a chi ha dimenticato l’astuccio, il preside che chiama la Digos perché una maesra non porta la mascherina. I medici e pediatri he infliggono l’invasivo e pericoloso tampone (il solo genere di cui c’è abbondanza illimitata) con sempre maggiore sadico compiacimento, andando a caccia dei “positivi” come il KGB andava a caccia dei”deviazionisti”, nemici di classe che si celavano tra chi raccontava barzellette antisovietiche nella cucina in comune dell’appartamento.

Tutti soffocano dentro le mascherine senza chiedersi perché né per quanto tempo. Anzi: tutti pronti ad accettare – e volentieri – lo stato d’emergenza prolungato fino al 31 gennaio, anzi ad aprile, pronti a indossare le mascherine all’aperto, e a qualunque nuova restrizione sadicamente inutile e arbitraria venga comandata.

non si canta o suona in strada, non si deve essere in più di sei, vietata la pizza Margherita, i bambini “positivi” espulsi dalla scuola, sempre nuove multe da 400 a 1000 euro per la violazione di “norme deliberatamente imprecise e cangianti”.

Così dice Karine Bechet-Golovko, giornalista e intellettuale franco-russa, che dunque ha nella memoria i tempi sovietici. “Per non morire, si deve cessare di vivere, in fondo è logico. E tutti i governi obbediscono all’OMS, e le raccomandazioni di questa hanno distrutto d’un soffio la gerarchia delle norme, messo fine a secoli di civiltà politico-giuridica”.

L’istruzione scolastica non più impartita: le università amputate dall’obbligo di “lezioni” magisteriali da tenere con youtube e zoom, che le priva del loro essenziale valore, essere luoghi di riflessione e di cultura, quindi anche di presa di distanza critica; e “questo mondo in gestazione non può consentire il pensiero e la critica”.

E’ un mondo di morte quello che viene instaurato. Morte della cultura sociale, delle tradizioni umane di trasmissione. Morte dei rapporti d’affetto, delle carezze, dei baci. Morte dell’economia reale, che suppone lavoro concreto. Morte dell’uomo, che ha bisogno di tutte queste cose per svilupparsi”.

Come il socialismo reale (realmente dittatura dei ricchi di stato) proclamava far sorgere dall’abolizione della proprietà l’Uomo Nuovo, e ottenne l’Homo Sovieticus, così ci troviamo attorno le masse dell’Homo Covidicus – che nella sua forma compiuta, non ha più “nessun contatto umano, nessun piacere, si chiude in casa dopo essersi chiuso in una maschera”, per fantomatiche ragioni di salute, per non prendere il virus? “Ti viene da chiederti: queste persone hanno più paura della morte, o della vita?”.

E’ appunto questa la questione: una umanità senza Dio ha paura della morte ed anche allo stesso tempo della vita. Si restringe dentro, non ha ragioni di lottare per qualcosa che superi la sussistenza. E’ la fine di chi “vive di solo pane”: che gli mancherà anche il pane. Questi cooperano ad un ritorno del mondo dove, quando si vedeva una fila, ci si metteva, chiedendo speranzoso “Cosa danno?”, il mondo della penuria e del non-lavoro..

Senza memoria. Quella che aveva ancora Afanassievna Kharkova, nata nel 1922, figlia di una donna che era stata figlia di un pope e quindi – avendo avuto un’ottima educazione nella Russia zarista – aveva trovato occupazione come insegnante nelle superiori della scuole sovietiche. Lei. la ragazzina, ha scritto un diario. “A scuola ci veniva detto quanto fossero cattive la religione, la Chiesa e tutte le feste religiose per il popolo e quanto fossero cattivi i preti, papi come li chiamavano. Ero stupefatta. Com’era possibile? Il nonno era così buono! E tutte le feste religiose erano così belle! Ma non ho osato contraddire la maestra. Nel 1930 vietarono di fare l’albero di Natale. Per la prima volta nella mia vita, non avevamo un albero di Natale. Come mi dispiaceva, ricordando gli alberi di Ermolino! L’insegnante ha spiegato che la foresta sarebbe morta a forza di abbattere abeti. Forse era vero? Ci ho pensato a lungo senza riuscire a capire con il mio cervello bambina. Dov’era la verità? Sapevo che per secoli in tutta la Russia le persone facevano l’albero per Natale e Capodanno. Stavano davvero distruggendo la foresta? Tutti questi pensieri non mi lasciavano in pace. La chiesa di Paveltsev è stata chiusa. Poco dopo abbiamo saputo che anche Ermolino era stata chiusa, che il nonno e la nonna erano stati dekulakizzati, che la loro casa con tutti i loro averi, la mucca e il cavallo era stata sequestrata! Perché tutto questo? Dove e come avrebbero vissuto adesso? Ero molto triste e non riuscivo a capire dove fosse la loro colpa..”.